Tutto è sacro in India

Tutto è sacro in India
Incontri con Giuliano Boccali, Sabrina Ciolfi

e con uno scritto di Tullio Castellani

F.to cm 11×17; pag. 208
euro 14,00

 



(…) Allora che cosa significa un’affermazione come «Tutto è sacro in India»? È un’affermazione che troverete in tutta la letteratura sull’India, salvo quella che si occupa solamente dei traffici contemporanei. E la troverete soprattutto inscritta nei cuori e nelle menti di tutti coloro che l’India l’hanno vi­sta con interesse, con passione, magari in qualche caso con disgusto. Ma che cosa vuol dire «Tutto è sacro in India»? Dov’è il segreto di questa sacralità che non sta nelle dottrine, non sta in comportamenti obbligatori, non sta nemmeno in un nome, la cui genesi abbiamo appena visto?

Sta in due aspetti: il primo è la potenza continuamente rinnovata e ripercorsa del mito. Il mito è il linguaggio caratteristico del senso religioso, e lo è in ogni religione; la peculiarità dell’induismo è di essersi mantenuto particolarmente vicino a questa origine; che cosa vuol dire? Che ogni manifestazione del mondo, della vita, da quelle più intime, che ci toccano da vicino, fino alle grandi verità, «è sacra», perché ogni cosa che si manifesta nell’universo divino, umano, naturale ha le sue radici in una vicenda antichissima, che riguarda gli dèi, che riguarda le potenze sacre della vita, vicenda che viene continuamente rievocata nei miti e ripercorsa, ri-inscenata attraverso i riti.

Nulla in India ha diritto di cittadinanza, se non è introdotto dal mito, dalla tradizione narrativa o trattatistica, dalla leggenda; la forma di un oggetto, ma anche fatti culturali e spirituali come la struttura di un’opera teatrale: il teatro, per esempio, nasce con un prologo in cielo, con un evento divino legato, tanto per cambiare, ai conflitti fra bene e male. Al mito sarà dedicata la terza parte della ricerca. Mito e fiabe in India hanno una dilagante capillarità e ma­nifestano una straripante fantasia, che hanno irrorato anche buona parte della novellistica oc­cidentale. Niente può esistere, veramente nulla nell’universo intero – e per univer­so s’in­tendono anche le correnti spirituali, i fe­nomeni culturali, oltre agli eventi del mondo e così via – che non abbia le sue radici in un mito.

(da Giuliano Boccali, Induismo. Introduzione alla ricerca, p. 29)

dal capitolo Femminilità, sessualità e legami familiari

«Alti livelli di alfabetismo e partecipazione al lavoro, una maggiore libertà e autorità decisionale, come nel caso delle donne del Tamil Nadu (lo stato indiano con capitale Chennai, un tempo Madras, uno dei più avanzati, nda), non sono sufficienti a sovvertire le norme culturali che governano il ruolo e il comportamento che ci si aspetta da una donna appena sposata». (Sudhir e Katharina Kakar, Gli Indiani, Neri pozza, Vicenza 2007)

Quali considerazioni ne possiamo trarre? Condivido ciò che scrive Kakar, la cui analisi mi sembra singolarmente ben argomentata ed equili­brata: la giovane donna sposata della middle class paga con la solitudine una libertà so­lo molto relativamente maggiore; lavora, quindi ha una vita fuori dalle mura domestiche e un suo campo d’azione, a casa però la situazione non è troppo cambiata. A ciò si aggiunge un aspetto interessante: le giovani coppie della mid­dle class tendono ad andare a stare per conto proprio, perché ci sono anche le esigenze di spostarsi di città; infatti in India il mercato del lavoro è mobile e ciò rende gli indiani meno stanziali a differenza, per esempio, di quanto accada in Giappone dove si è strettamente legati all’azienda, alla compagnia.

Quindi il fenomeno è duplice: viene a mancare la rete di connivenze propria della grande famiglia allargata tradizionale. Certamente c’è l’aspettativa che un rapporto più genuino e più profondo si possa creare con il marito: questa è l’attesa, o così parrebbe. E l’amore? L’amore in tutta la vicenda attuale è un capitolo controverso: i matrimoni sono essenzialmente combinati, ancora nel novanta per cento dei casi; chi rifiuta il matrimonio combinato affronta situazioni difficilissime, perché deve in genere cambiare città: quando cambi città in India, dati gli aspetti castali e altri strutturali, sei come nessuno, non esisti, sei guardato male, soprattutto nel caso in cui ci si sia sposati contro la volontà familiare, il che di solito si viene a sapere. Perciò sui matrimoni combinati si sentono racconti che fanno una certa impressione: una ragazza, che normalmente non ha avuto esperienze precedenti, si trova per decisione familiare insieme a un uomo che non ha mai visto o che ha visto due o tre volte; l’amore di conseguenza ha molto spazio soprattutto nella fantasia. E questa è una delle ragioni del successo del cinema popolare, che si riempie di immagini eccessivamente sdolcinate ai nostri occhi, ma non prive di un loro fascino. L’amore dunque un po’ popola la fantasia, un po’ è atteso dal rapporto col marito. Teniamo sempre presente che lo scenario di tutta la società è la visione hindu.

 

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