62. Apporti dell’Islam all’avventura europea

Di fatto, a pensarci bene, questo centro non esiste. Con riferimento alla Divina Commedia, potrebbe essere scelta come «ombelico del mondo» la città di Gerusalemme. Possiamo pensare a Gerusalemme come ombelico del mondo, e stabilire che ciò che è a destra di Gerusalemme è Oriente e ciò che è a sinistra è Occidente, tuttavia ci rendiamo conto che dell’Occidente fa parte il nord Africa o, addirittura, tutto il continente africano. Difatti Maghreb, in italiano, vuol dire «Occidente» e il mondo arabo, che non esaurisce la complessità del mondo islamico, in quanto ne rappresenta solo una piccola parte (250-300 milioni su 1 miliardo e mezzo di persone), può essere collocato a occidente rispetto a un centro immaginifico, che volentieri un musulmano collocherà nelle città sante d’Arabia: la Mecca e Medina, che sono nella penisola araba. Tunisia, Algeria e Marocco sono a occidente rispetto all’Italia. Si potrebbe dire che un cinese che studia la cultura statunitense, studia una cultura per lui orientale; così come gli statunitensi, quando studiano la cultura cinese, dovrebbero essere degli orientalisti.

I termini Oriente e Occidente lasciano in questo caso il tempo che trovano. In realtà essi sono stati formulati come tali dall’Europa nel momento della sua espansione coloniale. Le definizioni di medio, vicino o estremo Oriente sono state articolate tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, quando Inghilterra e Francia si espandevano nei paesi afro-asiatici, decidendo di essere occidentali e di distinguersi da questi paesi, che venivano così ridefiniti sotto l’etichetta di «orientali». Il significato di «medio», «vicino» ed «estremo» Oriente, contrapposti a Occidente, è un pregiudizio che si è cristallizzato e ha una ricaduta geopolitica molto pesante, ma, dal punto di vista puramente intellettuale e concettuale, vuol dire abbastanza poco.

 

Il futuro ci insegue
Immagini

Chen Hongshou, Lotus and bamboo in a bronze vase, 1618-22, part.

La poesia del mese

Esplode giugno. È il tempo che si espande
nella sua grazia tenera. L’estate che ritorna
e allarga a dismisura percezioni e promesse:
una luce di acquario che sorprende. Per come suono
arrivi e dal basso debordi. Ed ha fiato di mare
e sottili profumi di erba ai fossi.

 

Ancora voce chiama ed io rispondo.

 

Giusi Verbaro

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