Benedetta Tobagi, 27 gennaio 2011
«(…) La mia è stata prima di tutto una perdita di senso, perché ero molto piccola. Avevo tre anni quando mio padre è morto e avevo sei anni quando hanno scarcerato il killer reo confesso, che ha beneficiato della legge sui pentiti. Nel libro ricostruisco la legislazione del caso, ma allora avevo una visione molto cruda: fondamentalmente non c’era da aspettarsi niente di buono dalla vita. Il mio problema era radicale e lo è diventato ancora di più quando ho iniziato ad avere una profonda repulsione per la visione, che è poi quella della teodicea classica, secondo cui il male ha un senso nell’economia generale delle cose, perché serve per un bene maggiore e alla crescita individuale. C’è un passaggio fondamentale, che non è finzione letteraria: «Sentivo ogni fibra del mio essere ribellarsi a questa visione retributiva. Non mi consolava affatto. Non riuscivo ad accettare un mondo in cui un futuro appagamento umano e affettivo deve essere ottenuto a prezzi così atroci. Come credere che si possa ricevere un premio per il dolore patito per l’uccisione di qualcuno? Come accettare una simile logica della prova e del baratto? Pensieri troppo pesanti per le mie spalle, finché non avviene un incontro risolutivo nel mio personale contro-romanzo di formazione».
Benedetta Tobagi è la figlia minore del giornalista Walter Tobagi. Laureata in Filosofia, sta conseguendo un dottorato di ricerca in Storia presso il dipartimento di Italianistica dell’Università di Londra (University College). Collabora con “la Repubblica”, Radio Due, Radio Tre ed è autrice del libro Come mi batte forte il tuo cuore che ha vinto numerosi premi. È impegnata in varie associazioni e centri di documentazione che si occupano di terrorismo, mafie e stragi.
