Il geco (Platydàctylus muralis – classe dei rettili)
Al primo incontro, il geco fa una certa impressione: è sì una lucertola, ma il suo corpicciolo ha un aspetto così antico, appena abbozzato… La testa è troppo grossa, sia rispetto al collo sia al resto del corpo; in più ricorda quella dei grandi Sauri che ci dicono essere esistiti milioni di anni or sono, ovoidale, piatta, con due occhietti nerissimi che ci fissano come capocchie di spillo. Ma fissano poi noi, o l’universo possibile?
Piatto e troppo largo ha anche il tronco, rispetto al quale la coda è troppo corta; abbiamo sempre in mente il modulo della snella ed elegante lucertola, che altera in noi il giudizio su questo piccolo rettile esteticamente meno evoluto. Se ne sta lì, sul muro di casa, o su una roccia, o sulla foglia di un fico d’India, anche sul soffitto, capovolto quindi rispetto alla legge di gravità, con le sue quattro zampette larghe e le sue cinque dita larghe per ogni zampetta: come si sostiene?

E a questo proposito facciamo la seconda scoperta dopo quella del suo aspetto generale preistorico. Il geco ha le estremità d’ogni dito allargate, a forma di dischetto, e sotto dispone di lamelle adesive che gli consentono di saldarsi a qualsiasi parete liscia, anche di vetro, nelle più disparate posizioni; e ciò perché, sia di giorno sia di notte, trascorre ore e ore immobile ad aspettare la preda: moscerini, zanzare, piccolissimi insetti. La preda, passando o volando in quei pressi, ben difficilmente scorge il geco, poiché esso (terza nostra meraviglia) è perfettamente mimetizzato con l’ambiente che lo ospita: grigio marroncino puntinato di nero quando staziona sulla roccia, grigio pallido quand’è su un muro, grigio verdino quando sta su un fico d’India. La natura ha dotato il pigrone di questo straordinario potere mimetico come pochi altri animali. Perciò la vittima designata viene colta da un improvviso, fulminante scatto del piccolo geco quando meno se lo aspetta e ghermita da una linguetta velocissima e viscosa che in un attimo la introduce dalla dolce libertà dell’aria al suo fatale destino di cibo nella catena degli esseri viventi.
Secondo noi i gechi sono anche sedentari e abitudinari: nel nostro primo soggiorno alle Eolie, infatti, avemmo ospite per ben dieci sere consecutive una bella coppia di questi animaletti sul trave che sosteneva il pergolato del ristorante dove prendevamo i nostri pasti a Panarea, proprio in corrispondenza del nostro tavolo, a breve distanza da una lampada che con la sua luce attirava numerosi insetti volanti. Ogni sera li cercavamo con la luce delle torce elettriche e i due gechi, maschio e femmina, erano lì puntuali e divennero poco a poco così familiari che, quando cercammo un nome per il nostro gruppo, lo chiamammo “il geco”. I gechi li trovammo poi dovunque: a Lipari, a Stromboli, nelle passeggiate, in camera. Anche i più diffidenti di noi, poco a poco, entrarono in tanta dimestichezza con le piccole lucertole “preistoriche”, da finire col considerarle un incrocio fra la mascotte e il portafortuna. Se poi incontravano un geco bambino, lungo non più di due, tre centimetri, goffo e troppo innocente, ci si dava un gran da fare a non spaventarlo e a fargli guadagnare posizioni più sicure.
Il nostro amico è assolutamente innocuo: in passato la sua presenza, certo non edificante, ha spinto la fantasia delle donnette a ritenerlo velenoso. Niente di tutto ciò. Il geco è un animaletto innocuo, utilissimo perché si ciba di insetti nocivi, timido, non certo un genio. La sua… relativa bellezza finisce per strappare la simpatia di chi è dotato di un minimo di senso dell’umorismo. Noi possiamo dire che il geco porta fortuna, se lo rispettate: la fortuna di una meravigliosa vacanza!

 

Gin Racheli, Eolie di vento e di fuoco, 1977

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